Breve carrellata sulla cucina giapponese

Dopo un anno di pantagruelici banchetti consumati a Kyoto e dintorni, non posso che invitarvi a condividere con me le gioie della cucina giapponese, la quale si può piazzare tranquillamente fra i primi posti all'interno della mia classifica come gourmet globale. Molti paisà, tronfi di retorica sulla “dieta mediterranea über alles”, venderanno cara la pelle per la mia sfrontatezza, ma è giunta l’ora di sfatare il mito che circoscrive il Sol Levante al sushi, il quale costituisce probabilmente l'1% di un'immensa tradizione culinaria.

Menù "tridimensionali"
sulla facciata di ogni ristorante
Il Giappone, isolato per secoli, ma da sempre influenzato dal concetto taoista di equilibrio, ha sviluppato un ricettario che concilia la felicità del palato, la gioia della vista e il rispetto dello stomaco (abbuffate luculliane, ma mai segni di sonnolenza post-prandiale), ovviamente tutto benedetto dalla trasparenza nipponica, letteralmente manifesta nella possibilità di osservare i cuochi cucinare con la tensione morale dei samurai. Ce n’è per tutti gli estremi alimentari: il salutista potrà scatenare qualsiasi funzione fisiologica tramite centinaia di verdure autoctone,  mentre i manzo-niani verranno coccolati nei luoghi dove si pratica lo yakiniku, ristoranti dediti ad una venerazione bovina che ricorda quella per la vacca indù (solo che qui viene divorata con fiumi di salsa tare); i nostalgici della sacra trimūrti “pasta, pizza, spaghetti” si potranno rifare con la triade degli spaghetti nipponici: ramen (in brodo), soba (al grano saraceno) e udon (extra-large), ciascuno ubicato nella taverna di pertinenza. A tal proposito è bene sapere che su queste latitudini è cosa buona e giusta risucchiare rumorosamente gli spaghetti dal piatto, senza arrotolarli sulla forchetta (che non c'è). Tale licenza è indubbiamente una boccata d'ossigeno all'interno del severo codice comportamentale sollevantino in cui anche lo starnuto in pubblico viene mortificato.

Il Giappone, terra promessa del turismo gastronomico
Il Giappone è anche terra d'elezione per la ristorazione fai da te (molto rodata in tutto il territorio asiatico), in cui ciascun cliente è al contempo cuoco e cameriere di se stesso (ma spesso fra i convitati c'è un eletto che prende l'iniziativa e serve tutta la comitiva). Tramite piastre o calderoni installati su ogni tavolo viene grigliato o lessato ogni ben di dio preventivamente marinato o a secco). Sulla stessa lunghezza d'onda c'è la formula della cucina vis-a-vis , faccia a faccia insomma, difatti il cliente si siede di fronte ad un bancone-piastra dove sapienti mani confezionano superbi manicaretti in direttissima. Su queste basi, nella mia personalissima  pole position dei piatti preparati a dieci centimetri di distanza dal cliente, io piazzo l'okonomiyaki, straordinario frittatone che in un sol colpo risponderà a tutte le vostre curiosità in materia di arte culinaria sol-levantina (da non sottovalutarne la variante di Hiroshima, l'hiroshimayaki)

Come avrete capito in Giappone non esiste il classico ristorante generalista (e neanche la parola indigena per ristorante, difatti essa viene mutuata dall'inglese e il risultato è resutoran), ma tanti posticini specializzati, il cui unico collante sono le bacchette (vi garantisco che per ragioni logistiche si prestano meglio della forchetta per le pietanze nipponiche) ed il subdolo sakè (a causa della sua ruffiana dolcezza e dell’amorevole sapienza zen con cui vi verrà versato, rischierà di lasciarvi sdraiati sul tatami per tutta la notte)

Tipica coppa di gelato onnicomprensiva
L'atmosfera trimalcionesca è circoscritta agli effeti del sakè, difatti all'interno delle locande tutto è progettatato per sottrazione, dall'entità minimal-chic delle singole portate all'interior design essenziale che circonda i commensali. Ma la filosofia endemica del less is more va completamente a farsi benedire quando si va nei posti che prevedono un menu occidentale. In questi luoghi lo spietato retaggio postcoloniale americano si palesa nell’abuso di ghiaccio su ogni bevanda - pure d’inverno - e nell’adozione acritica della filosofia bigger is better per quanto riguarda la cultura gastronomica occidentale:

pizza stile tartarughe ninja;
pasta rigorosamente scotta e ricoperta da abbondante salsa Alfredo;
gelati omerici su coppe multistrato piuttosto eclettiche (dallo strato kellogs a quello dei kiwi, passando per il gusto torta sacher, tutto ovviamente affogato da fiumi di crema alla vaniglia);
beveroni senza fondo di caffè nero bollente che farebbero la felicità dell'agente Dale Cooper di Twin Peaks;
colesterolemico pollo fritto, unto al punto giusto per mani dall'immediato effetto superattack;
ciambelle di tutti i colori (letteralmente);
ecc...


L'esasperazione della cucina d'importazione non fa eccezione neanche per quanto riguarda l’industria alimentare rintracciabile nelle onnipresenti vending machine e nei supermercati:

Cocacola alla ciliegia (sono proprio fissati con i sakura),
patatine alla lingua di bue,
Kitkat alla fragola,
Pepsi allo yogurt…
...puah!

Il bento, emanazione su vaschetta
 dell'estetica giapponese
Discorso a parte meritano i konbini, mitici supermercatini giapponesi, dove a qualsiasi ora del giorno e della notte è possibile degustare squisiti piatti appena preparati e distribuiti in loco grazie all'indigena filosofia industriale del just in time.

La prassi all'interno del locale è semplice:
scegliete ciò che più stuzzica vista e palato (vista e palato formano una dicotomia inseparabile nel Paese del Sollevante);
portate il piatto dei vostri sogni al commesso che, previa scaldatina (se necessaria), ve lo sistemerà in una bustina insieme a salse, tovaglioli e bacchette usa e getta;
uscite dal konbini tentando goffamente di ricambiare il caloroso saluto del commesso;
cercate il primo angolino comodo per consumare voracemente il fiero pasto
e
aprite la scatoletta di plastica contenente le pietanze, cioè il bento...

...ah, il bento, autentica emanazione su vaschetta del concetto di armonia giapponese, sentimento collettivo che qui si materializza attraverso una deliziosa coreografia di  maki sushi, tocchetti di pollo fritto, spaghettini alla soia, zenzero a la julienne, curry rice, verdure in salamoia, fagioli azuki, ecc....il tutto rigorosamente take away.

 Non mi resta che augurarvi buon appettito, anzi, itadakimasu!!
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