“Il Giappone è un Impero democratico fondato sul lavoro.” Questa citazione dal sapore costituzionale - ricalibrata con ironia sulla mentalità giapponese - non è frutto come nel caso italiano di un doveroso, ma già malconcio pluralismo post-bellico. No no. In Giappone la
dipendenza professionale è qualcosa di ombelicale, è l’esigenza di sentirsi amati dal padre/padrone fin dalla nascita (penso che, in piena fase embrionale, i giapponesi siano già armati di
biglietto da visita), passando per la giovinezza e arrivando spremutissimi alla senilità (se uno ci arriva visti i numeri casi di
karoshi, la morte per
eccesso di lavoro). Insomma,
l'aziendalismo come religione.
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Nel
libro Fruttopia ho concentrato
il meglio della mia esperienza giapponese.
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Vi è un legame talmente
morboso fra l'individuo e il proprio gruppo professionale che i
confini fra lavoro e dopo-lavoro sono piuttosto labili. Infatti è cosa buona e giusta frequentare i propri colleghi anche durante il
tempo libero (poco) per scongiurare qualsiasi forma di
mobbing. Tale fenomeno di alienazione si materializza soprattutto con la pratica della
nominication, simpatica parola-macedonia che unisce il verbo giapponese
nomu (in italiano "bere") al forestierismo inglese
communication. Si tratta di uscite notturne - perlopiù forzate - con i propri
senpai, cioè
i colleghi più anziani,
esseri potentissimi in un paese dove vige una forte gerarchia anagrafica. Il programma è semplice: bere e versare da bere agli altri fino a quando ci
si regge in piedi. Per trascorrere il resto della notte si è spesso poi costretti a ripiegare su soluzioni di fortuna come i meravigliosi
Capsule Hotel, assolutamente preferibili a barcollanti ritorni a casa e a
sguardi compassionevoli di mogli e figli. Per di più le
disastrose condizioni psicofisiche sono tali che è assolutamente proibitivo l'utilizzo della propria auto.
Su queste basi si può già comprendere quanto il mondo del lavoro rispecchi fedelmente la realtà sociale giapponese e il suo apparato di valori
immeritocratici e finalizzati al
mantenimento dello
status quo. Proprio nei rapporti di produzione si esprimono maniacalmente
esigenze autoctone quali equilibrio, sottomissione e comunitarismo confuciano
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Mentre lavoravo alla Libreria Maruzen
della Kyoto Sangyo University |
L'analisi della realtà aziendale giapponese mostra una nazione che recepisce
solo i proprio doveri e quasi nessuno dei propri diritti, nonostante essi siano ampiamente garantiti dall'attuale
Costituzione del Giappone, la stessa che venne
“dettata” dagli americani all'indomani della
Seconda Guerra Mondiale. La
Costituzione attuale riconosce e garantisce ai lavoratori giapponesi
i
diritti umani fondamentali ed una serie di vaste libertà, ma è alla luce di tutti che le disparità di un mondo professionale altamente
gerontocratico permangono grazie a consuetudini consolidate nei secoli dei secoli. Alla
Costituzione vera e propria si affianca quindi una
costituzione materiale, che si manifesta soprattutto nei luoghi dove non è venuto meno il millenario
familismo giapponese, cioè nelle aziende e nelle grandi imprese. Basta osservare il modello comunicativo nel mondo del lavoro per notare come questo sia caratterizzato da
continue negoziazioni, tant’è che risulta difficile identificare il dirigente o il gruppo
responsabile di una decisione. Nelle imprese i
diritti fondamentali quali la libertà di pensiero e parola, vengono violentemente deformati dalle autocensure, dai silenzi obbligati e dalla regola non scritta dell’
unanimità delle idee. Si tratta in pratica di
centralismo democratico, dove la minoranza è sottoposta alla maggioranza e se esprime il suo dissenso non lo fa mai all’esterno e spesso neanche all’interno. La dicotomia tutta occidentale maggioranza/minoranza non è accettata in Giappone, anzi è considerata negativa, addirittura
pericolosa.
Caratteristico del processo decisionale all'interno di un'azienda giapponese è il cosiddetto
sistema ringi. In base a questo metodo di origine feudale, un funzionario di rango medio-basso (in Giappone sono definiti
salaryman) scrive il suo pensiero su un foglio (
ringi sho) riguardo a nuove idee, soluzioni, miglioramenti,
ecc... e lo passa poi al collega più vicino. Il foglio gira tra le scrivanie andando sempre più verso i livelli superiori, arrivando infine al
vertice dell'organizzazione, dove il direttore farà sempre attuare quanto proposto, senza contrasti nè conflitti, in quanto si è già espresso il
consenso della base. I capi non sono obbligati ad attuare le proposte di un
ringi sho, ma nella pratica lo fanno, poiché ciò salvaguarda ed aumenta
l’armonia del gruppo, poichè è pressochè impossibile risalire al
responsabile di una iniziativa proposta.
Nel
Paese del Sollevante pure i
colloqui di lavoro assumono mostruose connotazioni liturgiche: troppo spesso, durante l'anno passato come studente fuori-sede a
Kyoto, ho visto il
mio campus invaso da studenti-soldatini, vestiti manco andassero alla
Prima della Scala. Alcuni di essi
avevano come per magia recuperato la naturale tinta nera dei capelli in luogo dell'artificiosa chioma bionda filo-occidentale con cui erano soliti pavoneggiarsi. Tutto ciò a causa dei
routinari colloqui offerti dalle aziende in cerca di futuri galoppini da sacrificare in vista di una lunga carriera basata su
meriti anagrafici .
A questo punto non si può ignorare nemmeno la ritualità dei
part-time job (del tipo consegnare per strada pacchetti di fazzoletti recanti pubblicità ), un'istituzione giapponese al pari dei pisolini sulla
metrò e della
contemplazione dei ciliegi in fiore. Tutti i giovani devono passare attraverso questa anticamera al lavoro propriamente detto, non tanto per le onerose spese universitarie, ma più che altro perché lo
shopping nipponico riveste un
carattere quotidiano così liturgico che penso sia connotato da radici
shintoiste.
Lindo Ferretti cantava
“consuma, produci, crepa”, una locuzione che sembra cucita addosso sulla gioventù giapponese, difatti lo studente qui non dovrà disperare se
troppo
libero da impegni. La società lo spingerà a frequentare i più disparati club universitari, da quelli sportivi ai musicali, passando per quelli di calligrafia. Si tratta perlopiù di ambienti tristissimi che scoraggiano l’esercizio di qualsiasi libero pensiero premiando la sottomissione all’etica del gruppo nell’ottica di un qualsiasi
alienato futuro professionale.
Alla luce di quannto detto finora, anch'io posso dire la mia.
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Esibendo orgogliosamente
il mio cartellino da commesso giapponese |
Durante il periodo pasquale trascorso a Kyoto trovai una graditissima sorpresa dentro all'uovo: un
lavoro in Giappone, per la precisione un
part-time job (in giapponese
arubaito, mutuato dal tedesco
arbeit, cioè lavoro
). Nonostante le scarse competenze richieste, si trattava di una
mansione delicata, prodiga di insidie e gravose responsabilità: per quattro mesi ho dato
il benvenuto (rumorosamente e a mò di irritante cantilena) ad ogni cliente che entrava nella libreria del
campus. A coloro che uscivano muniti di acquisto concedevo pure un sonoro“
grazie”.
La cosa più stucchevole è che ad ogni mio intervento verbale faceva eco immediato quello flemmatico degli altri commessi, in un accavallarsi di stordenti
accoglienze reiterate.
Ma tant’è, in questo modo mi sono portato a casa la pagnotta (di riso), concedendomi a volte pure il lusso di stare alla cassa, la mia
kryptonite professionale a causa dell'ostico sistema numerico giapponese, dove i grandi numeri vengono raggruppati con quattro cifre invece che con le nostre canoniche tre (esempio: il nostro 10.000 in Giappone diventa 1.0000).
Tale circostanza
mi creò qualche
grattacapo alla cassa dove fra l'altro la prassi dice di recitare un
mantra composto da tre frasi tediosissime (ma pare fondamentali per la sopravvivenza di questo angolo d’universo) che a grandi linee concernono prezzo, soldi ricevuti e resto. Negli infiniti momenti d’interazione fra me e cliente avevo rapidi
déjàvu delle elementari quando contavo con le dita. Ovviamente andavo in
debito d’ossigeno pur di dare rapide risposte provviste di fiocco verbale e sorriso.
A parte i formalismi, l’esperienza mi ha chiarito il concetto giapponese di
fannullonismo, fenomeno radicato in molti ambienti e impostato su un sano collettivismo democratico votato al nulla; è sufficiente fare il proprio lavoretto avulso da qualsiasi iniziativa personale, nell’eterna attesa di un non-identificato
evento messianico. Nella mia indisciplinata spocchia, mi permisi di scrivere a mano (!) i prezzi delle chiavette USB (cavallo di battaglia della libreria) su un cartello, col fine ultimo di incentivarne ulteriormente le vendite. Per quella ovvia
pecionata, io, Lorenzo-san, agli occhi dei miei colleghi sembravo un creativo dalla
Leo Burnett.
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