Quando in Giappone è tempo di sakura - è tempo cioè di ciliegi in fiore - ogni passeggiata sembra allietata dalla voce di Edith Piaf ne “La via en rose”, tanto è rosea e nel contempo libidinosa l’atmosfera primaverile che caratterizza sia il giorno sia la notte sol-levantina (chapeau ai “tecnici della fotografia” del comune di Kyoto, capaci di celebrare ogni sera anche il più miserabile dei ciliegi tramite un’azzeccata poesia di luci).
Premetto che a pelle, per quanto concerne gli aspetti prettamente cromatici, prediligo l’autunno sol-levantino e la sua combinazione di colori (rosso, verde e giallo, praticamente un semaforo paesaggistico) , ma senza dubbio l’accoglienza della primavera giapponese e dei sakura non ha rivali come avvenimento stagionale. Venti giorni di banchetti luculliani innaffiati da abbondante sakè (birra gelata per i meno conservatori) e caratterizzati dalla sistematica occupazione di qualsiasi centimetro verde all’ombra dei ciliegi. Il fenomeno collettivo di cui sto parlando è l'hanami, ossia la contemplazione collettiva dei sakura; si tratta di una venerazione non circoscritta al nucleo familiare, ma aperta a tutti coloro che insieme riescono a mettere in gioco le proprie emozioni in armonia fra sacro e profano, fra contemplativo e ludico.
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| Hanami sotto il Castello di Himeji |
Uno dei numerosi hanami a cui ho partecipato ha avuto luogo in un parchetto periferico, dove godetti dell’ospitalità dello staff di un reggae club giapponese che ero solito frequentare. In compagnia di simil-cubiste orientali e baristi giapponesi coi rasta (!) mi sono rilassato sotto un ciliegio, pasciuto dalle più tradizionali squisitezze locali (condicio sine qua non è che tutti i partecipanti al baccanale portino qualcosa preparato con le proprie manine) e benedetto dalla sublime nevicata rosa che purtroppo testimonia lo sfiorire dei sakura. Difatti tale malinconico evento “metereologico” rappresenta il nonplusultra della filosofia estetica giapponese, il wabi-sabi, ossia quel delicato equilibrio di valori autoctoni e prestiti culturali di natura cinese secondo cui le cose più belle sono quelle più prossime a scomparire.
Cose belle come la semplicità di un fiore o la vita stoica di un samurai...
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Nel
libro Fruttopia ho concentrato
il meglio della mia esperienza giapponese.
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Grazie alla
ricchezza templare (e quindi all'abbondanza di spazi verdi urbani),
Kyoto è la città che più di ogni altra incarna la febbrile attesa giapponese per
la primavera in salsa rosa (controllate le previsioni sui tempi della fioritura prima di avventurarvi nell'acquisto di costosi biglietti aerei transoceanici). A tal proposito mi ricordo che prima di partire per studiare in Giappone ebbi uno scambio di vedute con un amico riguardo la mia riluttanza nel concedermi alle bellezze naturali e urbanistiche
italiane. Sottolineai il totale disinteresse
a priori verso
gli aspetti bucolici e architettonici: il cruccio dei miei viaggi non erano tanto
skyline et similia, ma bensì
l’interazione fra le città e la vita quotidiana delle popolazioni indigene. Questo finora era stato il quid del mio peregrinare, il desiderio frenetico di assaporare le goffe intensità dell’homo sapiens sapiens in ogni sfaccettatura della quotidianità globale.
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I sakura all'interno
dei palazzi imperiali di Tokyo |
Tutto questo fino allo sbarco nel paese del Sollevante dove il vivere di tutti i giorni è in forte correlazione col concetto di bellezza. Solo su queste latitudini la bellezza è un sentimento così endemico, sublimato nei dettagli cromatici dei calzini pendenti delle studentesse kawaii, nell’armonia estetica delle composizioni gastronomiche e soprattutto nella natura, elemento con il quale i giapponesi instaurano un rapporto feticistico sia passivo (hanami docet) sia attivo. L'ambiente naturale difatti non viene sottomesso, ma al contrario è soccorso e celebrato: non si tagliano gli alberi caduchi, ma si curano pazientemente con protesi in legno; i boschi modellano i templi e non viceversa; le università si adagiano sulle colline cercando timidamente ospitalità (ne consegue una fruizione molto scomoda delle strutture scolastiche, anche se il rosso autunnale dei cedri val bene una lezione).
Per i giapponesi un bagno di bellezza in un parco è la suprema ambizione, frutto di un sincero rapporto di amicizia (per non parlare di profonda sudditanza) che mi reso orgoglioso di aver soggiornato per un anno in un paese dove è vitale il concetto di bellezza ecosostenibile.
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