"Tanto onesto e tanto gentile pare il Giappone mio" che desidero celebrarne (e a tratti stigmatizzarne)
l'esasperata cordialità, caratteristica comportamentale che rende il popolo nipponico la specie endemica più curiosa del paese del
Sol Levante.
Durante le mie peregrinazioni
mai mi era capitato di assistere a
tale sfoggio di cortesia, la quale si manifesta in ogni sfaccettatura della sfera pubblica, dai ristoranti (dal
maitre al lavapiatti, nessuno nega un sorriso sgraziato al cliente) ai negozi (dovreste vedere il virtuosismo e la platealità con cui tutti i commessi ti contano il resto), dai bus (l’autista armato di microfono saluta
ogni singolo pendolare che esce) alla stazione (se un giapponese vede uno straniero apparentemente smarrito davanti alla mappa gli presta soccorso immediato nonostante il
gap linguistico).
Per non parlare delle strade dove è facile incontrare gente munita di mascherine in qualsiasi periodo dell'anno. Non preoccupatevi, non si tratta di
ninja moderni o fanatici ambientalisti: trattasi di persone raffreddate che non vogliono contagiare il prossimo! Ma la gentilezza giapponese è così
fatalmente contagiosa che si estende anche agli oggetti privi di vita, dai semafori (il pedone non-vedente viene avvertito del verde tramite un prolungato cinguettio di canarino) ai bagni pubblici tappezzati da disegni a mo' di
manga che spiegano come lavarsi le mani.
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Nel
libro Fruttopia ho concentrato
il meglio della mia esperienza cinese.
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Ma la
gentilezza giapponese può assumere per noi occidentali
sfumature claustorfobiche, basta un nonniente e tutto il fragile sistema si connota di angoscia. Tempo fa, accompagnato da due studentesse di italiano, sono andato a curiosare in un negozietto specializzato nella vendita del
washi (fogli di carta di riso). La proprietaria mi ha mostrato tutto il repertorio in vendita, ed io, incalzato da cotanto impegno, le ho posto un’involontaria domanda in italiano con tutta la teatralità verbale che esso comporta...non l’avessi mai fatto! Le mie amiche si sono ripetutamente scusate con la signora, cospargendosi il capo di cenere per una
piccola parentesi emotiva del sottoscritto. Altra storia, ma dai
risvolti tragicomici, si è verificata durante una semplice richiesta di informazioni stradali ai vigili, che, andati in
tilt, hanno chiamato la centrale (temevo il foglio di via) e mobilitato una volante (!) per farsi portare una mappa. Siamo stati venti minuti per cercare di raccapezzarci qualcosa, anche per per via del mio giapponese sincopato. A prescindere dagli
inciampi linguistici, gli episodi sono degni di nota per mostrare gli
infortuni culturali – in questo caso divertenti - nei quali si può incorrere a causa di
rigidi costumi sociali senza eguali nel mondo. Il severo retaggio etico di matrice shinto-confuciana investe totalmente i rapporti sociali, dando luogo a comportamenti fortemente standardizzati e finalizzati alla concordia e al mantenimento dello
status quo. Ma c'è da dire al contempo che tale apparato ideologico regala una quotidianità più che unica nel suo genere, un
must per i turisti di tutto il globo
Difatti il Giappone, oltre il
sollazzo intellettuale che garantisce al visitatore occidentale, è il mondo che più di ogni altro coccola i turisti stranieri, e lo fa in ogni sfumatura del vivere civile, seppur la più minuscola.
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Imitazioni in plastica
dei piatti disponibili |
Per citarne alcune tratte dalla mia più banale quotidianità di studente (molto) fuori sede,
in Giappone se piove, oltre alla canonica busta, i negozianti (sorridenti cronici) ti danno pure l’impermeabilino per la busta.
In Giappone le vetrine dei ristoranti esibiscono imitazioni fedelissime in plastica dei piatti disponibili, servizio utile per i non avvezzi alla
lingua e alla scrittura nipponica.
In Giappone vi è un tale rispetto dei pudori altrui che al supermercato prodotti quali assorbenti e preservativi vengono posti in buste più scure per proteggerli da sguardi intrusi.
In Giappone, all'interno dei gabinetti, viene simulato a comando il suono dello sciacquone per evitare che qualcuno possa ascoltare vostri rumori imbarazzanti.
In Giappone si vince quasi sempre un pupazzo nel gioco della pesca con la gru.
In Giappone i cani non abbaiano(!) e i
clacson non suonano mai.
Insomma, un
paradiso dei quieto vivere che ricorda l’onirica famiglia degli spot targati
Mulino Bianco. Ma quella giapponese è una realtà edulcorata che crolla violentemente nel rapporto fra sfera pubblica e privata, una
simbiosi imperfetta dove la prima cannibalizza la seconda nella sua totalità. E ciò che in occidente assume carattere privato come gli affetti, la solidarietà, l’amicizia, addirittura l’amore, insomma tutto ciò che dovrebbe trascendere da qualsiasi regolamentazione, qua assume carattere liturgico, seriale, statistico.
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| Una scena tratta dal film Il Sorpasso di Dino Risi |
A questo punto uno si domanda,
cosa pensano i giapponesi degli italiani? Sulla carta ci dovrebbero odiare, siamo patologicamente chiassosi, riluttanti alle piccole regole del quieto vivere e antitetici al loro rigido codice di condotta (mangiucchiare per strada mentre si cammina è blasfemo e nelle lussuose metro tutti dormono docilmente, come conseguenza di una disciplinata predisposizione per la serenità e, soprattutto, per l’assenza di qualsiasi forma di microcriminalità). Ma per noi chiudono un occhio, la nostra compagnia è stimata e ricercata, quasi come se noi fossimo
l’ora d’aria nei confronti di uno spietato schema di valori post-feudali. Se dovessi azzardare una metafora cinematografica per spiegare l’affiatamento nippo-italiano mi rifarei alla bizzarra amicizia protagonista del film
Il Sorpasso: il giapponese-Tritignat, incardinato a obsoleti canoni di comportamento mutuati dal proprio gruppo di appartenenza, è col tempo ben lieto di essere iniziato ad un’altra vita, più sconclusionata e vitellona,
dall’italiano-Gassman.
Ma senza esagerare ovviamente, conosciamo tutti la fine del film....
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