Cosa davvero manca ad un italiano residente a Shanghai

Leggendo il titolo, a qualche compaesano potrà subito venire in mente la sacra trimurti degli affetti nazionali, ossia mamma-pasta-caffè. Ma no, non darò tale soddisfazione al fanciullino (o bamboccione) tricolore che è in tutti noi. Intanto perchè ci sono gustose gelaterie e rinomate pizzerie (con relativo caffè e ammazzacaffè) pure a Shanghai, e poi non è mia intenzione circoscrivere il popolo italiano ad uno stereotipo vivente che grida “mammamia” e mangia quintali di spaghetti. Per questo scopo sono più che sufficienti i videogiochi di Supermario, idraulico italo-americano oltremodo popolare fra le giovani generazioni cinesi.

È vero, ci sono davvero ottimi motivi per vivere a Shanghai, metropoli internazionale e internazionalista adatta a tutti i gusti, tasche e passaporti. Eppure c'è qualche sfaccettatura della quotidianità shanghanese in cui è più che comprensibile sentire la mancanza  per quel patrimonio di valori e liturgie frutto del genio e del benessere.

Ora come ora,  mi vengono in mente solo sciocche amenità che rimandano molto ad una versione post-moderna di "Vacanze romane". Sono comunque aperto a ogni suggerimento proveniente dai miei connazionali di stanza in Cina.

Ebbene, a Shanghai mi manca:

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  • Il piacere quotidiano della sfogliata dei giornali al bar, prassi intellettuale squisitamente mediterranea e funzionale al consumo della colazione per milioni di scrocconi italiani. È bene far subito presente che la colazione cinese, quando non consumata fra le mura domestiche, è una rapida esperienza alimentare limitata a bettole fumanti o bancarelle all'aperto. Va da sè  che non esiste il bar propriamente detto, nè quindi la canonica sfogliata di giornale ivi. Qualcuno potrà obiettare che è un'esigenza vetusta, sommersi come siamo da Wi-Fi, melafonini, tablet e quant'altro. Ma, come pontificava il guru Mcluhan, “il medium è il messaggio”: la sensazione di procacciarmi la mia personale rassegna stampa nel baretto di fiducia mi garantisce un piacere istituzionale, in cui i contenuti passano in secondo piano di fronte alla carica partecipativa del medium cartaceo, soprattutto se accompagnato da una spremuta fresca. Si, va beh, il contenuto pure è importante, difatti agli Starbuck Coffee si può leggere qualche rivista in inglese, ma vuoi mettere coi voti del lunedì della Gazzetta?
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  • Il titanico Padiglione cinese,
    simbolo tangibile dell'Expo di Shanghai.
  • I brividi di bella vita assicurati dalla bellezza apollinea dei nostri borghi medievali, fra l'altro sposati ad un sole fresco, amichevole, sempiterno. In confronto Shanghai è una torrida giungla (d'asfalto) tropicale, smaniosa di comunicare al mondo intero un'idea di bellezza sopra le righe, titanica, implacabile, come recentemente millantato dalla pomposa retorica dell'Expo di Shanghai . Se in Italia la grazia estetica delle città terrena è nobile traduzione materiale della città celeste (Civitate Dei), non si può dire altrettanto per la recente opulenza archittettonica shanghanese. Ma Shanghai risponde ai propri parossismi moderni con la tensione mistica dei suoi abitanti, i quali si elevano ad una dimensione divina grazie all'amor fati professato in ogni contesto.
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  • La più che discreta qualità dell'acqua del rubinetto, che, bene o male, è funzionale all'abbeveramento e alla detersione personale in tutte le case italiane. A Shanghai invece l'acqua pubblica è iper-trattata, tant'è che dopo aver fatto la doccia si ha la pesante sensazione di aver fatto un lungo bagno in piscina (va da sé che non è una manna per pelle) e capelli. É sconsigliabile dissetarsi con tale acqua se non previa bollitura, ma comunque il retrogusto clorato rimane piuttosto forte. Ecco perchè molte case shanghanesi ospitano al loro interno quella specie di boccioni dispensanti acqua potabile fresca (ma qui in Cina pure bollente per venire incontro alle esigenze locali in fatto di tè verde). Per motivi logistici le strade shanghanesi pullulano di grosse macchine che, a pagamento, fanno le veci delle nostre fonti pubbliche medievali riempendo i boccioni delle famiglie shanghanesi.
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  • Il genuino laissez-faire dimostrato dai commessi italiani nei confronti dei clienti, i quali, se non fanno richiesta diretta d'aiuto, vengono perlopiù abbandonati al loro libero arbitrio merceologico. Tutt'altra esperienza nelle boutique e nei mercati shanghanesi, dove è sufficiente fermarsi un nanosecondo di troppo davanti ad uno scaffale per subire lo spietato assedio di orde di appiccicosi imbonitori. E purtroppo devo ammettere che i loro affannati sforzi hanno su di me effetti ansiogeni, disincentivando ogni mia velleità d'acquisto. Anzi, appena ne vedo le avvisaglie, fuggo a gambe levate.
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  • Le stelle...
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  • Il sistema di riscaldamento efficiente, la cui azione termica non è circoscritta al posto ubicato direttamente sotto la macchina, ma viene bensì diffusa in tutta la casa. Spesso a Shanghai il Generale Inverno non lascia prigionieri, vuoi perchè gli appartamenti sono perlopiù muniti di un solo mediocre condizionatore (inutile se non ci stai sotto), vuoi perchè alcuni infissi sono quasi ornamentali, vuoi perchè - nonostante il benessere ormai raggiunto - alcune parsimoniose (pidocchiose) famiglie cinesi non accendono mai i riscaldamenti, preferendo indossare simultaneamente quasi tutto il proprio guardaroba. Discorso a parte meritano la maggior parte dei bagni cinesi, i quali vengono teoricamente "riscaldati" da lampadine giganti residuate della fantascienza di serie Ba
Vacanze Romane
  • L'obbligo per motorini et similia di tenere le luci accese, perlomeno di notte. Invece, su queste latitudini, i mezzi a due ruote sono esseri imprevedibili, pericolosi soprattutto dopo il tramonto, poichè rigorosamente a fari spenti come silenziosi e spietati ninja!  Davvero una minaccia costante per la dignità e la sicurezza del pedone, fra l'altro vittima pure di un traffico frenetico  regolato da indecifrabili processi di osmosi.

Per il resto, a parte gli affetti familiari e amicali, non sento la mancanza di niente. Mi rendo conto di ciò quando passeggio per i marciapiedi shanghanesi senza dovermi mai preoccupare di pestare deiezioni canine.
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10 ottimi motivi per vivere a Shanghai

Il mio personale decalogo sui motivi che mi spingono a consigliare un'esperienza di vita nella cosiddetta Perla d'Oriente :

1) Perchè una metropoli di 20 milioni di abitanti garantisce una vita totalmente scevra da sterili elucubrazioni, da frequentazioni inutili, dalla coltivazione dell'invidia e dall'abbrutimento da pettegolezzo. A Shanghai vige uno spontaneismo comportamentale che vi risparmierà tutte quelle chiacchierate da piazzetta già nate stanche e circoscritte alla reiterazione delle solite 3-4 combinazioni verbali. Qui non c'è modo né tempo per imbastire il cerimoniale piagnucoloso di un tipico dialogo di convenienza sociale. Lavoro e tempo libero, ordine e caos, edonismo ed eudaimonia....a Shanghai non esistono queste dicotomie, gli opposti si amalgmano magicamante per partorire un'unica immensa identità urbana. Proprio così, in una delle metropoli più grandi del mondo si torna alla saggezza diffusa e alla psichedelia collettiva delle tribù primordiali.
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2) Perchè nonostante Shanghai non possieda la vocazione turistica della “nemica” Pechino, può vantare landmark di notevole fattura come la luccicante Nanjing Road, Xin Tian Di, la Concessione Francese e ovviamente il Bund, lungo vialone in stile art deco contrapposto fisicamente all'avveniristico skyline del Pudong. Grazie a questa congiuntura architettonico-urbanistica, è sufficiente una mera passeggiata lungo il fiume Huangpu per essere testimoni delle due fasi più esplosive di Shanghai, la moderna e la contemporanea. La migliore eccellenza shanghanese è comunque rappresentata dalla quotidianità più ordinaria, apprezzabile nei supermercati, nelle bancarelle notturne e soprattutto nei vari parchi cittadini, dove è condensata la summa dell'antropologia positiva cinese. Notevoli pure i distretti commerciali come Qi Pu, paradiso del falso d'autore purtroppo in decadenza, oppure Xujiahui, suq di cemento specializzato nell'high-tech affiancato paradossalmente dalla Cattedrale di Sant'Ignazio (consiglio vivamente la Santa Messa in lingua cinese).
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3) Perchè se non ve ne siete ancora accorti, siamo entrati in pieno nel Secolo Cinese, lasciandoci alle spalle un novecento di chiara ascendenza americana. La città più rappresentativa di questo passaggio di consegne è Shanghai, presunta Mecca dell'arricchimento facile, piazza emergente dell'haute couture e credibile candidata a capitale del mondo in veste di new New York (ma è una Grande Mela violentemente bacata dal traffico) . Su queste basi, camminare oggigiorno lungo Nanjing Road equivale allegoricamente ad una passeggiata fra i Fori Imperiali durante l'apogeo dell'Impero Romano.

Nelle vicinanze del Padiglione Cinese all'Expo 2010
4) Perchè Shanghai racconta l'incredibile storia della Cina moderna, conciliando nelle sue strade il lungo background di città colonizzata, il glorioso passato come culla materiale del Partito Comunista Cinese ed il presente opulento recentemente immortalato dall'Esposizione Universale più sborona di sempre. E' una storia estrema che passa con disinvoltura dal Libretto Rosso al Rosso Valentino, dalle unità di lavoro ai giganteschi shopping mall...
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5) Perchè i cinesi si possono comprendere soltanto in Cina. D'altronde non ci si può definire esperti di pesci possedendo un semplice acquario, né tantomeno etologi frequentando gli zoo. Bisogna andare sul territorio. Allo stesso modo non basta mangiare una tantum nei ristoranti cinesi in Italia (che della cucina asiatica non hanno neanche la giusta tipologia di riso), nè tantomeno frequentare il negozietto orientale sotto casa per potersi professare sinofili o gridare al “pericolo giallo” con cognizione di casa. I cinesi si possono conoscere e apprezzare soltanto nel loro habitat naturale, come Shanghai, la quale offre una panoramica completa su un popolo la cui grandezza non è circoscrivibile ai meri dati demografici (come qualche stolto occidentale ancora pensa), me bensì è ascrivibile ad una mentalità versatile ben rappresentata dalla parola mandarina per “crisi”, combinazione di due ideogrammi, l'uno significante pericolo, l'altro opportunità. E con questo ho detto tutto.
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6) Perchè l'80-90% delle conoscenze autentiche non vengono interiorizzate dai libri, né da wikipedia, ma dalla varietà e dalla bellezza della gente che ci circonda, coloro cioè con cui condividiamo casa, lavoro, studio e ogni aspetto della convivialità. E un anno tappezzato da abbuffate in bettole coreane e da nottate stonate nei karaoke, alternandosi fra compagnie kazake e indonesiane, è indubbiamente molto più formativo di 100 anni di seguito passati davanti a google. Insomma, un erasmus al cubo!

7) Perchè Shanghai è proprio un bel posto dove passare la vecchiaia, vuoi per le affollate balere improvvisate di notte in ogni piazzetta, vuoi per le palestre popolari attrezzate in tutti i parchetti locali.

8) Perchè Shanghai è circondata da una manciata di perle preziose come Hangzhou , la città più amata da Marco Polo, o Nanchino, che mantiene intatto il fascino di vecchia capitale, ma anche Suzhou, la Venezia d'Oriente, a cui io preferisco l'analoga Xitang, molto meno soggetta al turismo di massa. E fra poco nei paraggi sorgerà una Disneyland nuova di zecca. Non scordiamoci poi che Shanghai è relativamente vicina alle isole giapponesi, raggiungibili dalla metropoli cinese nientemeno che in barca, un'avventura d'antan molto più economica del viaggio aereo. 

Le tipiche cucine a vista delle "trattorie" shanghanesi
9) Perchè Shanghai ormai può fregiarsi a buon diritto del titolo di Cucina del Mondo senza paura di offendere la sensibilità di metropoli come Londra. Forse la capitale britannica ha ancora qualcosa da dire per quanto riguarda la ristorazione salutistica, ma in quel di Shanghai non solo si può godere di un ottimo churrasco brasiliano e di un superbo pilau indiano, non solo si può apprezzare buona parte del patrimonio culinario orientale (in primis quello coreano, sbalorditivo, e poi il giapponese), ma ci si può abbuffare 24 ore su 24 con il meglio delle otto cucine tradizionali cinesi, da quella agrodolce di Hangzhou alla piccante di Sichuan, la mia preferita (ogni volta che addento un fumante malatang mi sento come Harrison Ford su Blade Runner). E anche se non appartiene al suddetto "canone”, non è da sottovalutare la dolce cucina shanghanese, davvero squisita se si ha accesso alla tavola di un'autentica famiglia del posto. Tale offerta gastronomica è adatta a tutte le tasche, tant'è che Shanghai, tuttora pervasa dallo spirito rurale del villaggio, è capitale mondiale dello street food notturno, settore egemonizzato dal popolo uighur e dalle loro bancarelle fumanti . A mio modesto parere, un'altra peculiarità shanghanese è la possibilità di assaggiare gustosi gelati, pizze e caffè nella duplice versione italiana (less is more) o americana (bigger is better).
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10) Perchè se è vero che il buongiorno si vede dal mattino,  Shanghai regala ai suoi visitatori il miglior saluto possibile, ovunque e quotidianamente, come testimoniano queste frizzanti immagini catturate all'alba:

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Visita al parco Universal Studios Japan di Osaka

Durante i mesi di “cattività giapponese”  felicemente consumati a Kyoto, non potevo certo precludermi la visita all'Universal Studios Japan, il miglior parco tematico di Osaka e forse dell'intero Giappone.

E' una tappa ludica che consiglio sia ai turisti desiderosi di concedersi una piccola pausa dal naturalismo ieratico dei templi giapponesi, sia ai professionisti occidentali e ai cervelli in fuga che si sorbettano quotidianamente l'iper-aziendalismo nipponico. In buona sintesi, se volete prendervi una breve licenza dal Giappone e dalle sue esasperazioni culturali, l'Universal Studios di Osaka fa proprio per voi, difatti vi “riporterà” indietro nel tempo, all'interno di quell'immaginario cinematografico altamente condiviso che noi tutti possiamo chiamare casa. Il parco è un autentico Paese dei Balocchi dedicato alla settima arte, il cinema, in primis nella sua incarnazione neo-holliwoodiana e perciò tarata su un'audience cresciuta a pane e effetti speciali. Difatti questo immenso non-luogo, da molti definito una “chernobyl culturale” nel cuore del Giappone si ispira soprattutto a quel moderno “cinema delle attrazioni” sempre fantastico e illusionista, mai cerebrale (insomma, scordatevi giostre concettose sulla Nouvelle Vague o sul Dogma 95).

Lo squalo
Il biglietto d'ingresso potrebbe risultare costoso ai più, 30 euro, ma per un figlio degli anni '80 come il sottoscritto la visita all'Universal Studios vale certamente tutto il prezzo da pagare, poichè ogni angolo del parco evoca giganti di celluloide come Terminator, i Blues Brother e la sacra trilogia di Ritorno al Futuro. Insomma, un pantheon cinematografico familiare al fanciullino visionario che è in tutti noi.

Insomma, un'allegra giornata di sana dissociazione intellettuale dalla quotidianità giapponese (e non solo), che si sbroglia fra sogni infantili, magiche reminiscenze e purtroppo lunghe, lunghissime file da affrontare con il consueto approccio zen  asiatico. Ma per questa fastidiosa incombenza c'è un trucchetto, anzi due: o si acquista il pass esclusivo che permette di bypassare le file (10 euro), oppure si finge di essere venuti al parco da soli, difatti le persone senza compagnia possono accedere ad un veloce percorso alternativo che permette di godere del gioco in un batter d'occhio.

E a proposito di giochi ecco la mia personale classifica relativa all'Universal Studios di Osaka, una lista che tiene conto sia del potenziale ludico di ogni singola attrazione, sia del mio retroterra cultural-popolare.


1) Spiderman

Secondo me, se parliamo di mero spettacolo audiovisivo, cinque minuti appena di questa attrazione valgono molto più delle tre ore del tanto decantato Avatar. Una corsa mozzafiato per le strade (e i cieli) di New York trasportati da un pullmino virtualmente (mica tanto) sballottato per tutta Manhattan nientemeno che dai nemici di Spiderman (non manca nessuno). Ovviamente nelle situazioni di pericolo sarà proprio l'arrampicamuri a salvarvi ogni volta la pellaccia, ma resta il fatto che Manhattan, per quanto fittizia, si esprime in tutta la sua minacciosa verticalità, soprattutto nel salto finale del pullmino per la gioia (o il panico) di tutti i partecipanti. Il gioco in buona sintesi è una montagna russa indoor in perfetta simbiosi con numerosi schermi IMAX e un prodigioso 3-D (ma per quello che mi riguarda può essere anche 10-D visto che la corsa ha toccato ogni mia corda emotiva). Davvero stupefacente, anzi, poiché il protagonista del gioco è Spiderman, ha più senso dire “amazing”.


2) Jurassic Parka
All'improvviso
l'assalto di un T-rex!
Ci troviamo di fronte al classico percorso acquatico conosciuto da noi comuni mortali italiani semplicemente come “tronchi”, in questo caso travestito da spettacolare gita in barca lungo il fiume di Isla Nublar, isola immaginaria che nel film omonimo ospita il Jurassic Park. Il percorso conserva il senso dell'epifania per il “meraviglioso” e per il “brivido” già presenti nel capolavoro di Mastro Spielberg (imparino il neofita Peter Jackson e il frettoloso James Cameron di Avatar!) e tali caratteristiche sono materializzate nei movimenti nervosi degli stegosauri, nelle minacciose occhiatacce dei velociraptor e negli sputazzi dei dispettosi dilofosauri.
È un'attrazione molto estiva, rinfrescata soprattutto nella concitata parte finale dove si rischia di venire mangiati da un gigantesco Tirannosauro, ma dal quale ci si salva grazie ad un bagnatissimo “tuffo” giù per una cascata.
Ovviamente, oltre ai berci random dei dinosauri, sono più o meno sempre udibili le musiche memorabili di John Williams.


3) Ritorno al Futuro

Un modello originale della Delorean utilizzata nella trilogia
E' il più classico dei simulatori di movimento, coadiuvato da portentosi schermi Imax e da superbi effetti speciali, i quali si “esaltano” quando il viaggio nel tempo giunge prima all'Era glaciale e infine al Cretaceo. È un'attrazione un poco datata, ma il terzo posto se la merita a discapito dell'ottima attrazione su Terminator soltanto perchè sono un estimatore, per non dire feticista, della trilogia, forse da addirittura prima che imparassi a parlare.
Come quindi non capitolare emotivamente quando si "viaggia" nella Delorean in compagnia di Doc riascoltando la colonna sonora mitica e rivivendo i migliori topos della trilogia ( Hill Valley, le 88 miglia all'ora...)? Davvero un viaggio nel tempo, ma fra i ricordi...


4) Terminator II

Manifesto ufficiale dell'attrazione dedicata a Terminator
Questo bel giocattolone di appena 12 minuti è costato circa 40 milioni di euro, investimento che lo rende il prodotto audiovisivo più caro di sempre secondo un rapporto durata/prezzo (ogni minuto è costato più di 3 milioni d'euro!) . Non a caso anche in questa produzione c'è lo zampino dello spendaccione James Cameron.
Immancabile attrazione, anche se un poco confusa nella prima parte dello show, in cui vi è un'interazione troppo caotica fra le notevoli immagini in 3-D e gli attori in carne e ossa che recitano davanti ai maxi-schermi. Poi all'improvviso compare il T-1000000, l'ennesima evoluzione maligna dei terminators targati Skynet, un perturbante ragno gigante di metallo liquido...uno spettacolo da brivido, che si spalma dapprima sui mexi-schermi che circondano la sala e poi sopra gli spettatori in tutta la sua minacciosa potenza 3-D (in questa parte si vedono i milioni di dollari spesi). La sensazione di subire un attacco dalla malvagia tarantola-robot è quanto mai avvertita. Il miglior effetto speciale che abbia mai visto (e patito) in vita mia.


5) Waterworld

Classico stuntman show ispirato al film apocalittico (sia nei contenuti, sia al botteghino) interpretato da Kevin Kostner, ma è molto più avvincente della pellicola per merito di spericolati attori-cascatori, concitate scene d'azione, esplosioni, inseguimenti acrobatici, tuffi, sparatorie e nientemeno che lo scoppiettante atterraggio di un idrovolante sulle acque dell'atollo....tutto rigorosamente dal vivo, un genuino live action senza effetti digitali.
L'anfiteatro che ospita lo show è così grande che non c'è praticamente mai la fila per entrare, l'unico obbligo è arrivare puntuali ad ogni replica in programma.
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6) Bubba Gump Shrimp Restaurant

L'insegna del ristorante rispetta
il logo aziendale presente nel film

De facto non è un'attrazione, ma l'idea - imprenditorialmente parlando - è geniale e va premiata almeno una volta. Il ristorante, che poi ho scoperto essere una catena dal successo ormai globale, si rifà alla commovente amicizia interrazziale rappresentata nel film Forrest Gump. Oltre a vantare un dignitosissimo menù, il locale è al contempo un piccolo museo dedicato all'universo "gumpiano", ospitando statue a grandezza naturale del "proprietario" del ristorante, cioè Mr. Gump, e preziosi memorabilia del film. E se siete in vena di souvenir, vi è un angolino interamente  rifornito dell'ottimo merchandising ispirato alla fittizia impresa di gamberi di Forrest (le magliette ufficiali sono a mio avviso uno dei migliori regali che potete riportare ai vostri cari dal Giappone). Da non mancare per niente al mondo la squisita frittura. Di gamberi, ovviamente.


Il resto del parco è più o meno trascurabile:
  • Giostre da fiera paesana per riempire i buchi qua e là;
  • Prevedibili kindergarten;
  • Qualche spettacolino live con le trascurabili mascotte dell'Universal Studios,
  • Il classico roller coaster all'aria aperta (le montagne russe), presente solo perché ogni parco che si rispetti ce lo deve avere. Emozionante, ma piuttosto ordinario (a Mirabilandia o a Gardaland c'è molto di meglio), anche se da lassù si ha perlomeno un'idea d'insieme di tutto il parco;
  •  Il gioco cine-educativo ispirato alla pellicola Backdraft (in italiano “Fuoco assassino”) non è sicuramente un masterpiece nel parco , vuoi per lo scarso appeal del film, vuoi per il noioso approccio disdascalico con cui l'attrazione vuole spiegare il mondo degli effetti speciali;
  •  Lo Squalo, praticamente un percorso acquatico come per il gioco su Jurassic Park, ma a parte la musichetta ansiogena e qualche pinna minacciosa che ogni tanto affiora dall'acqua, il gioco è più godibile se viene vissuto preventivamente come mera gita in barca, senza troppe aspettative;
  • Il mediometraggio Shreck 4-D poteva essere speciale qualche anno fa, non ora col proliferare di cartoni in 3-D e multi-sale attrezzate di occhialini. Comunque la storia è divertente, centrata sul viaggio di nozze di Shreck e Fiona, e potrete scoprire che ne è stato di Lord Farquaad (perlomeno del suo spirito).
Discorso ulteriore merita la sfilata finale per le strade del parco, un maldestro tentativo di rifarsi alla spettacolare parata che conclude ogni esperienza ludica a Disneyland. Ma siamo lontani anni-luce, vuoi per mascotte perlopiù sconosciute rispetto a Topolino & company, vuoi perchè la cornice del percorso non è magica come quella disneyana. Difatti, a prescindere dai giochi, a Disneyland tutto sembra compattato da un minimo comun denomitare fiabesco-onirico, mentre le attrazioni dell'Universal Studios non sembrano unite da nessun collante semantico. Si, i giochi sono molto emozionanti per carità, ma nonostante la loro superba qualità danno l'impressione di essere tristemente slegati l'uno dall'altro, fini a sé stessi e non parte di un “disegno divino” superiore come i ben contestualizzati Magic Kingdom di Disneyland..
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Shanghai val bene una Messa – La Cattedrale di Xujiahui

Anche su queste latitudini è più che comprensibile che molti credenti occidentali sentano il richiamo spirituale di andare in chiesa. E al contempo è altrettanto naturale che una nutrita schiera di forestieri laici sia curiosa di assistere ad una liturgia cristiano-cattolica recitata in cinese. Premetto che io appartengo al secondo gruppo, giacchè purtroppo non possiedo il dono della fede, perlomeno non quella canonica, e negli ultimi dieci anni ho partecipato soltanto a due Messe ufficiali a Santiago de Compostela, alfine di chiudere in bellezza un paio di pellegrinaggi mistico-sportivi intrapresi anni fa.
Ma nonostante trovi molte più certezze nel valore allegorico delle Sacre Scritture che nella prassi liturgica e nel dogmatismo etico prescritto dal Vaticano, non potevo certo precludermi la possibilità di assistere ad una Messa in cinese mandarino nella Cattedrale di Sant'Ignazio, a Shanghai.

La zona commerciale di Xijiahui
che fa da cornice alla Cattedrale di Sant'Ignazio
Questa sacra istituzione shanghanese è anche conosciuta ufficiosamente come Cattedrale di Xijiahui, nome popolare che prende spunto dal quartiere omonimo dove sorge la struttura (come lo Stadio Meazza, tuttora chiamato San Siro in ossequio alla sua collocazione geografica). L'intero quartiere che fa da cornice alla Cattedrale è una zona decisamente a carattere commerciale, un moderno suq di cemento, il cui core business è legato soprattutto alla tecnologia di massa. Ed è curioso constatare come a Xijiahui riescano a convivere in armonia due potenti espressioni del consumismo mondiale e della cristianità cinese, cioè Mammona e Dio spalmati in appena una manciata di ettari. Il contrasto visivo fra le tenere guglie della Cattedrale e la tracotanza architettonica dei centri commerciali di Xijiahui raggiunge livelli parossistici se aggiungiamo che nelle vicinanze sorge il plumbeo edificio che ospita il Partito Comunista Cinese locale. Insomma, una circostanza che per la vecchia nomenklatura maoista sarebbe stata la concretizzazione del peggior incubo ideologico, ossia la convivenza materiale in mezzo ai propri nemici totemici, cioè l'oppio” e “le catene” del popolo. Ma come sappiamo la secolarizzazione dottrinale del partito in breve tempo si è notevolmente aperta (o svenduta secondo alcuni) a molteplici istanze strutturali e sovrastrutturali.

Io, smargiasso, in compagnia di Xu Guanxi e
Matteo Ricci mentre discutono animatamente
Nonostante tutto, il quartiere di Xijiahui ospita pure un delizioso e frequentatissimo parco, peraltro allietato dalle performance live regalate dal Conservatorio di Shanghai. Rimango sempre rapito nel notare come i cinesi, nella loro totalità anagrafica (dagli 8 agli 80 anni), vivano a 360° i propri spazi verdi. E' sempre un piacere per gli occhi osservare l'immensa quotidianità, in primis all'aria aperta, di questi esseri famelici di vita. Un altro parchetto nei pressi della Cattedrale è il giardino-mausoleo dedicato a Xu Guanqi, l'eminente mandarino cinese il cui casato dà per l'appunto il nome all'intero quartiere. Difatti questo intellettuale asiatico di primaria importanza, oltre a vantare mostruose capacità in campo matematico e agrario, è noto soprattutto per essere stato il primo uomo cinese a convertirsi al cristianesimo. Nonostante il parchetto sia essenzialmente un mausoleo, viene vissuto con pathos dalle solite folle di “nonni” che giocano o osservano le partite agli scacchi cinesi, mentre nei dintorni qualche praticante di Tai-chi spera di catalizzare energie redditizie dalla tomba di Xu Guanqi. Notevoli le statue che accompagnano le passeggiate nel parchetto, fra cui spicca una riproduzione scultorea di quella che all'apparenza sembra un'accesa discussione fra Xu Guanqi e il suo amico Matteo Ricci, celebre gesuita italiano e primo occidentale ad entrare nella Città Proibita.

Solo in una zona così ispirata poteva sorgere agli inizi del novecento la chiesa "ufficiale" delle concessioni straniere a Shanghai, la Cattedrale di Sant'Ignazio, parte integrante di uno dei periodi più convulsi e affascinanti della storia locale, tanto che è tuttora location per film e fiction ambientate negli anni d'oro della città (pure Spielberg girò lì davanti). Fra le sue peculiarità architettoniche spiccano lo stile neo-gotico, i mattoncini rossi e le già citate guglie, purtroppo buttate giù durante la vandalica Rivoluzione Culturale e riportate al loro austero splendore in tempi recenti. All'esterno della struttura c'è il giardinetto di pertinenza dove un paio di anni fa, a Natale, è stato installato il primo presepio vivente in Cina grazie all'intervento di Paolo Sabbatini, direttore dell'Istituto Italiano di Cultura di Shanghai.

All'interno della Cattedrale saltano subito agli occhi tre elementi:

  1. Le riproduzioni de L'Ultima Cena di Leonardo e di altri importanti capolavori dell'iconografia cristiana, forse tutte pitturate dallo stesso bambino bendato, frettoloso e pasticcione (perlomeno è assicurato un immediato effetto naif).
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  2. I ventilatori, forse onnipresenti più di Dio. Sono ovunque, attaccati sulle colonne per rinfrescare ogni fila di panche, ma anche penzolanti all'interno dei confessionali. Piccole perle kitch, neanche troppo moderne, che mortificano l'aura sacra della Cattedrale, ma perlomeno danno sollievo dal caldo opprimente e umido della Shanghai estiva.
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  3. Primo piano di uno dei numerosi ventilatori
    presenti nella chiesa. Sullo sfondo è visibile uno
     dei televisori necessari per il karaoke liturgico
  4. Una ventina di televisori ultrapiatti, distribuiti ai lati delle panche, offre ai fedeli un'encomiabile servizio visivo, un susseguirsi di messaggi ed immagini random che accompagnano tutta la cerimonia. Appena prima dell'inizio della Santa Messa sugli schermi vengono elargiti preziosi consigli di etichetta sia in cinese mandarino sia in inglese, del tipo non accavallare le gambe in maniera lussuriosa e non appoggiare le scarpe sulla sacra barra atta alla genuflessione, qui insolitamente ammorbidita dai cuscini (ma potrebbe essere un upgrade ormai standard in tutto il mondo visto che non frequento molte chiese). Poi, nel pieno della funzione religiosa, alle immagini in diretta del sacerdote che predica  si alternano  il "karaoke" delle preghiere, delle letture bibiliche e delle canti gregoriani intonati dal coro. Talvolta, fra il testo di un Padre Nostro e quello di una Lettera ai Corinzi, appare all'improvviso l'avvertimento di fare attenzione alla propria borsa!
Per quanto riguarda lo svolgimento linguistico della cerimonia, è commovente e al contempo bizzarro ascoltare il sacerdote celebrare tutta la Messa in cinese inserendo qua e là espressioni in latinorum tipo amen o "libera nos a malo”. Altrettanto stranianti sono i Credo, gli Alleluia e i Padre Nostro gorgheggiati in mandarino, mentre, tralasciando l'aspetto linguistico, è immancabile il momento dello “scambiatevi un segno di pace”, un invito a cui il fedele cinese risponde con un inchino timidamente abbozzato al posto della canonica stretta di mano, troppo poco pertinente con l'atavica riservatezza fisica del popolo asiatico.
Su queste basi, mi ero fatto un disegno mentale eretico sul momento supremo della consegna della Comunione, tipo ci fosse il riso o perlomeno un mantou in sostituzione del pane azzimo. C'è da dire invece che tutto si è svolto letteralmente "come Dio comanda", con la presenza delle consuete cialdine circolari.

Uno dei confessionali della Cattedrale,
ovviamente provvisto di ventilatore
Ogni forestiero cresciuto in un contesto cattolico può comprendere in toto la liturgia anche senza conoscere il cinese, difatti la cerimonia è scandita dagli stessi ritmi e topos della Santa Messa occidentale. Ma a Shanghai, e forse in tutta la Cina, la cerimonia dura di più, in totale circa un'ora e mezza abbondante, poiché rimpinguata da un'omelia oceanica, dalle molteplici genuflessioni (due, più una riservata al post-Eucarestia) e soprattutto dagli innumerevoli stacchetti musicali. Difatti il massiccio coro, posseduto da un sano misticismo pop, ha un ruolo preminente nella liturgia, quasi da tragedia greca. Diretto magistralmente da una suora indigena, viene accompagnato dall'organo a gogo e dalla grande partecipazione canora del pubblic..., ehm, cioè, volevo dire dei fedeli.

E non solo i momenti musicali, ma ogni frazione della funzione religiosa è connotata dalla genuina tensione emotiva e morale che dipinge i volti dei fedeli cinesi, concentratissimi nell'abbraccio spontaneo al Principio di tutte le cose. Forse l'oppressione subita sotto l'ortodossia comunista ha compattato e accresciuto spiritualmente la comunità cattolica cinese come d'altronde successe ai protocristiani pure e duri sotto le persecuzioni romane. Non a caso nella Cattedrale tutti mi sono sembrati particolarmente devoti, quasi in estasi, smaniosi di ricongiungersi con l'amor che move il Sol e le altre stelle....davvero delle ottime cartoline per rianimare l'immagine dell'indurito clero occidentale.

Orari Messa in cinese:

Sabato e Domenica: 06:00, 07:00, 10:00, 18:00

Da Lunedì a Venerdì: 07:00

Mezzi di trasporto:

Linea 1 (rossa), fermata di Xujiahui
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Sul tetto del Giappone - La scalata del monte Fuji

Qualche tempo fa ero in procinto di lasciare il Giappone per tornarmene in Italia dopo un anno di "cattivita nipponica". Di certo non potevo assolutamente accomiatarmi dall’arcipelago giapponese senza celebrare le nozze alchemiche fra me e la genuina bellezza del Sollevante. Come? Beh, se su queste latitudini la semplice osservazione della natura è sinonimo di edonismo sfrenato, e quindi cosa poteva esserci di più sublime se non la conquista della vetta del Monte Fuji, simbolo estetico per antonomasia del Giappone? Detto fatto, raggiunsi l’apice del Fuji dopo 6 ore di scalata notturna (l’inclinazione è molto blanda), affrontando pioggia gelata, nebbia, grandine (e le cavallette?), ed armato solo di tenacia e di una pessima torcia con la quale a malapena schivavo le sporadiche pietre lungo il percorso sabbioso. Tutto pur di vedere il sol levante nascere e specchiarsi sull’oceano.


Monte Fuji fotografato
dalla Stazione Spaziale Internazionale.
Purtroppo in cima non venni ripagato della fatica poiché - causa nebbia - non vi era traccia alcuna del sole; in compenso al ritorno mi sono goduto l’immenso paesaggio marziano offerto dal Fuji diurno, ricoperto da terriccio rosso ruggine e da un’atmosfera cosmica che in senso figurato rimandava in toto il mio anno extraterrestre in Giappone. A parte quest'ultima circostanza, sconsiglio vivamente la scalata del Fuji e l'esperienza notturna in cima, non tanto per il presenzialismo degli agenti atmosferici (controllate le previsioni qui prima di avventurarvi) e la difficoltà della salita (inesistente, dal campo-base ci sono solo 1200 metri di facile dislivello), ma più che altro per lo spietato sciacallaggio dei vari mercanti del tempio presenti in alta quota (questa sacra montagna è un santuario naturale e meta massiva di pellegrinaggio religioso). Questi farabutti - all'interno dei loro tetri rifugi - fanno tutto ciò che è in loro potere per rapinare legalmente lo stanco pellegrino, logorato dalla pioggia, dal freddo e dalla sofferente attesa dell'alba. Come? Così:
  • noleggiano umidi materassini al prezzo di una camera 2 stelle pensione completa;
  • espongono costosissima paccottiglia a tema da far impallidire il merchandising di Disneyland (fra cui osceni impermeabili venduti per 40 euro agli sprovveduti "scalatori" sorpresi dalla pioggia)
  • la loro cucina offre solo zuppa liofilizzata, tanto rancida che dovrebbero pagarvi loro per farvela inghiottire;
  • alle cinque del mattino vi svegliano con severi urlacci da gestapo cacciandovi dal rifugio con la scusa dell'alba.
 Nel libro Fruttopia ho concentrato
il meglio della mia esperienza giapponese.
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Sulla montagna le creature più umane risultano essere le numerose vending machine - onnipresenti pure in cima - così cordiali e disponibili che parzialmente ricordano l'esasperata gentilezza giapponese che purtroppo sul Fuji è assente. Oltre a ciò,  sembra pure mancare la notoria mentalità eco-fondamentalista che caratterizza il popolo nipponico, difatti ormai l'opinione pubblica giapponese vede la sacra montagna come uno dei luoghi più sporchi e ricoperti d'immondizia che esistano. Ma si tratta perlopiù di qualche misera cartaccia e di una dozzina di buste di plastica disseminate qua e là, una situazione "scandalosa" dovuta in parte alla mancanza di cestini, ma soprattutto alle piccole licenze esistenziali - in risposta a rigidi valori post-feudali - che i pellegrini si prendono per consuetudine solo sul Fuji. C'è da dire che effettivamente, nonostante i livelli minimi di sporcizia sul percorso, il monte più alto del Giappone assomiglia a una discarica abusiva italiana in confronto alla luccicante pulizia che emana tutto il paese del Sol levante.
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Comunque se c'è qualche masochista che vuole aggiungere sul proprio palmares spirituale la scalata del Fuji-san (Fuji-yama è un'errata lettura dei caratteri, forse dovuta ai portoghesi) con relativo pernottamento sul cucuzzolo, ecco alcune utili dritte:


IN QUALI MESI PARTIRE

Il paesaggio marziano del Fuji-san
Partite assolutamente fra i primi di luglio e la fine di agosto evitando tutti gli altri mesi, non solo perchè incontrereste i rifugi chiusi, ma soprattutto per evitare disagi quali neve, ghiaccio, valanghe.
E mi raccomando, informatevi quando sarà l'Obon festival, importante evento buddista di tre giorni dedicato ai defunti e solitamente celebrato  verso metà agosto (dipende dal calendario lunare). Una volta accertato il periodo esatto di svolgimento del festival, depennatelo dal vostro calendario, poichè in queste giornate funeste il monte Fuji, nel suo duplice ruolo di scampagnata sui generis e di santuario naturale, attrae infinite orde barbariche di pellegrini. Provate difatti ad immaginare le tipiche file euclidee di  impiegati e studenti che popolano le fermate dei bus in Giappone e trasferitele visivamente sulla totalità del percorso che porta alla cima del Fuji. Shockante, vero?


A CHE ORA COMINCIARE LA SCALATA  PER VEDERE L'ALBA

La maggior parte di coloro che tenteranno la scalata del Fuji, si porranno l'obiettivo più che comprensibile di ammirare in cima la "nascita del sole", che fra l'altro dà anche il nome all'arcipelago nipponico. Purtroppo è una torta spesso senza ciliegina a causa di nebbia e maltempo, ma auguro a tutte le persone armate di buona volontà di riuscire nella sublime impresa. Il mio consiglio è di cominicare la scalata con tutta calma alle 10:00 di sera per riuscire così a scorgere l'alba verso le 5:00 del mattino. Oppure, se non volete fare tutta una tirata e preferite dividere il percorso in due tronconi, potete dormire (scomodamente) qualche ora dentro una delle stazioni intermedie per poi svegliarvi verso le 3:00 del mattino e proseguire verso la meta. Ma attenzione, come ho già stigmatizzato, dormire su queste sacre pendici costa assai nonostante la carenza del servizio, non di certo comparabile a quello offerto da altre esperienze di pernottamento in Giappone altrettanto particolari. E per di più i prezzi crescono con l'altitudine (la stessa regola vale per le tariffe di cibo, acqua ed utilizzo dei servizi igenici).


DA QUALE STAZIONE INIZIARE IL PERCORSO

Sono oltremodo sicuro che buona parte di coloro che tenteranno questa impresa ormai sciatta e secolarizzata siano indolenti turisti di città che vogliono giocare a fare gli Hemingway con sfumature  new age. A costoro consiglio vivamente di cominciare il percorso dal campo-base più vicino alla vetta, ossia la Fujinomiya 5th Station, dalla quale si devono affrontare solo 1200 metri di facile dislivello, cioè circa 5-6 ore all'andata, e appena 3 ore al ritorno (comunque camminate piano se non volete scendere in pochi minuti, ma in eli-ambulanza!). Cercate di evitare le brodaglie liofilizzate del ristorante del campo-base e il merchandising ufficiale recante immagini di un monte Fuji barbaramente cartoonizzato.
Dalle città limitrofe di Shinfuji e Mishima partono  autobus quotidiani  che in un paio d'ore arrivano alla Fujinomiya 5th Station per diverse volte al giorno. Vi suggerisco di fare direttamente il biglietto andata/ritorno per risparmiare (solo 3000 yen invece di 4600).

Su queste basi non mi resta altro che augurarvi "ki o tsukete ne!"
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L'arte del gelato in Cina - Le migliori gelaterie di Shanghai

In virtù della mia atteggiamento compulsivo-ossessivo come gourmet globale, non potevo certo precludermi lo sfizio di assaggiare il gelato a Shanghai, megalopoli dotata di un eclettico ventaglio di possibilità gastronomiche, fra cui coni, coppette e affini. Difatti su queste latitudini il mercato dell'ice-cream fa gola a tutti - sia in senso figurato sia letterale - e multinazionali gelatiere quali Haagen Dazs e Dairy Queen (DQ) la fanno da padrone, imponendo ovunque una cultura del gelato appiattita su posizioni adolescenziali e su opulente porzioni di goloso prodotto industriale. Ma è tutta luccicante apparenza, algida dolcezza “plasticosa” che colpisce più la mente che la pancia del consumatore (di solito viene demonizzato il contrario): il peso specifico del gelato sta tutto nella ben studiata alchimia fra i colori sinestetici delle creme (coinvolgono tutti i sensi) e le vagonate iperglicemiche di optional più o meno croccanti che prescindono dal gelato propriamente detto. Difatti un palato non addomesticato comprende subito che le creme all'interno di questi fast-food gelatieri sono piuttosto standardizzate, una semplice miscela di latte in polvere, zucchero bianco e coloranti la cui somma è piuttosto insipida se tolta la squisita patina di croccantini, cookies, noccioline, granelle, ecc..

Senza dimenticare poi che la reale quantità delle porzioni è abbastanza discutibile visto che l'ice-cream servito nei punti-vendita di DQ e HD è zeppo d'aria (compressa?) sia per incentivarne la cremosa morbidezza, ma anche per far lievitare in un colpo solo il volume dei gelati e quindi dei profitti. Su queste basi qualcuno potrebbe pensare che tali coppette siano magari meno “ciccione” di quelle artigianali, ma non preoccupatevi, ai “vuoti” calorici lasciati dall'aria ci pensano le colate di puro grasso di latte che vengono aggiunte al prodotto durante la lavorazione industriale.

Comunque non voglio vestire i panni impopolari dell'ipersalutista, anzi, spesso mi godo un ice-cream chimico-industriale, ma è necessario che qualcuno (io!) sollevi il velo di Maya dolciario e ammetta che in questi posti la gente non va a mangiare il gelato in sé, ma piuttosto i croccantini che lo infarciscono, lo zucchero a go go, le colate di grasso vaccino, ecc...è lo stesso processo di assuefazione per cui una persona pensa di essere ghiotto di pistacchi, ma in realtà va matto per il sale dei pistacchi.

La golosa fonduta  di Haagen Dazs
Oltre a questi fattori, concorrono alla fama di Haagen Dazs il nome esotico ed impronunciabile, i prezzi folli (come già sappiamo la borghesia cinese subisce il fascino del premium price) e la squisita fonduta al cioccolato, ossia il cavallo di battaglia dell'azienda in Asia. Quest'ultima specialità fa numerosi proseliti probabilmente perché ricorda ai cinesi una delle loro esperienze culinarie predilette, vale a dire il huo guo (ma al posto di verdure e carne ci sono frutta e gelato da intingere in un pentolone di cioccolato caldo fuso che fa le veci del brodo di agnello)

Per quanto riguarda invece Dairy Queen, il suo successo viene suggellato dai prezzi più contenuti rispetto ad HD e all'approccio molto fast-street-food (i cinesi amano il take-away e/o essere serviti subito). Altro valore aggiunto è il marchio di fabbrica promozionale, una geniale trovata di health marketing : se girando il bicchiere in cui è stato erogato il gelato cade almeno una goccia non  viene fatto pagare il prodotto (ma non succede mai), perchè la compattezza dovrebbe essere una prova di qualità e naturalezza. Ma quello di Dairy Queen è soft-serve icecream, cioè gelato ultra-sintetico erogato dalla macchina, tipo quello che da noi in Italia viene distribuito con discreto successo da McDonald, anche se ovviamente il prodotto di DQ è molto più elaborato, gustoso e dotato di upgrade croccanti.

Le immagini del senatore a vita, Giulio Andreotti,
costellano le pareti delle gelaterie Iceason
Ci tengo a ripetere che non disdegno queste gelide tentazioni, ma chiaramente il loro background industriale non è comparabile con la genuina freschezza artigianale del gelato all'italiana. Come un segugio da coppetta mi sono avventurato per la giungla metropolitana di Shanghai e dopo le prime ricerche il mio primo consiglio spassionato è di non lasciarsi abbindolare dalle sirene promozionali della catena locale Iceason (ice+season). Difatti questa company asiatica mette ovunque in bella mostra la scritta “gelateria artigianale italiana”, e il nome cinese del brand è nientemeno che Xixīlǐ, ovvero Sicilia. Insomma, un'ondata tricolore che si concretizza nella fin troppo sbandierata  presenza del caffè Lavazza, nella scelta della giunonica italianità della Cucinotta come testimonial e nei poster in bianco e nero che  su ogni parete raccontano il Belpaese (troneggia in ogni punto-vendita un'inquietante foto di repertorio di Andreotti).

I famosi "gusti nazionali" di Iceason,
tutti rigorosamente muniti di bandierina
Le gelaterie Iceason sono molto costose, difatti ogni pallina viene sui tre euro e a tal proposito c'è una peculiarità che si discosta molto dal modello nostrano: i gusti scelti non vengono assemblati, ma ciascuna pallina è servita su cialde o coppette diverse. Comunque una grande trovata di marketing è aver collegato tutti i gusti disponibili al nome di un paese. Per esempio sulla vaschetta del gusto malaga è “issata” la bandierina spagnola, sul tiramisù quella italiana, sul popolare gelato al tè verde c'è il sole nascente giapponese, e così via.... I "gusti nazionali" più gettonati sono per forza di cose l'Italia col tiramisù e la Cina col poco pertinente gelato ai cookies (forse il gusto ai fagioli rossi di soia è troppo audace anche per i palati cinesi). È un'iniziativa che assicura passaparola e un ottimo ritorno d'immagine, e per di più è un'idea molto rappresentativa di una città storicamente dalla vocazione internazionale come Shanghai Non dimentichiamoci poi il recente (e molto teorico) atteggiamento cosmopolita dei cinesi sublimato attraverso gli ormai mitici passaportini ufficiali dell'Expo. Su queste basi, è un vero peccato che da Iceason non si possano assemblare i gusti cone nelle gelaterie italiane, sarebbe stato suggestivo poter scegliere di unire simbolicamente, che so, per esempio Messico e Stati Uniti, oppure il terzetto Italia-Giappone-Germania (va beh, forse questa “combo” è meglio evitarla, poiché ricorda vecchie alleanze finite maluccio...). Prescindendo dalla comunicazione aziendale, il gelato in sé è più genuino di quello della concorrenza industriale delle multinazionali americane, anche perché prodotto in loco quindi bisognoso di una catena del freddo molto più breve e quindi meno bisognosa di additivi e conservanti. Ma il risultato è comunque così così, un prodotto poco saporito, poco cremoso, troppo magro, molto acqueo. E a proposito di acqua, perdonate il volo pindarico, ma Iceason è o non è una gelateria d'ispirazione italiana? Si? E allora perché nei loro punti-vendita vendono solo acqua Evian e non la San Pellegrino? Ma andiamo!!!

Comunque, al termine della mia lunga e invidiabile ricerca, sono riuscito a rintracciare un paio di eccellenti autentiche gelaterie italiane, entrambe aperte da milanesi intraprendenti.

In questo libro ho concentrato
il meglio della mia esperienza cinese. 
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Il primo posto dove mi sono recato si chiama La Perla, ubicato nella vivace cornice di Yan Dang Road (ma ce ne dovrebbero essere un altro paio in giro per Shanghai). All'interno della gelateria regna una leggerezza sofisticata ben resa dalla musica jazz, dal design molto minimal chic e dall'elegante bancone, uno scrigno ricco di preziosa bontà: cassate siciliane, semifreddi michelangioleschi, tiramisù come Dio comanda, irresistibili praline ripiene di cremoso gelato. E parlo di gelato vero, finalmente, non del buono, ma stucchevole ice-cream americano di cui ho già scritto troppo. A La Perla si può apprezzare un prodotto artigianale mai sopra le righe, delicato e saporito al contempo, un gelato di classe dove evergreen come cioccolata e vaniglia mi fanno venire in mente le toccanti parole di Dante “considerate la vostra semenza”, e in questo caso la mia semenza italiana. I prezzi sono alla mano, ogni pallina viene circa 1,30 euro e i gusti sono assemblabili nel più autentico stile italiano. Fra i prodotti collaterali al gelato ci sono le immancabili granite siciliane e i sorbetti, qualcuno corretto col limoncello (non adatto ai bambini!). Per chi invece desiderasse trovare un pezzo d'Italia anche nelle bevande, si può ordinare ovviamente l'espresso italiano (stavolta Illy), ma anche l'immarcescibile chinotto. Unici elementi che stonano un poco con l'atmosfera di una vera gelateria nostrana sono l'ubicazione esterna del laboratorio artigianale, poco distante da Shanghai, e la nazionalità dei commessi, 100% cinesi, anche se c'è da dire che il menù riporta un vocabolario molto familiare per le nostre orecchie , perlopiù in italiano.


La gelateria Le Creme Milano
 affiancata dal laboratorio a vista
Tali sottili mancanze sono invece coperte in toto da Le Creme Milano, gelateria situata nei pressi di Fuxing Park. Questa bella realtà shanghanese può vantare una conduzione familiare tutta italiana e un laboratorio artigianale a vista, separato dal punto-vendita tramite un muro di vetro, come fosse un reality show, ma con dei mastri gelatieri come concorrenti (forse ciò trae spunto dalle cucine trasparenti dei ristoranti asiatici). E  come nella miglior tradizione italiana, qui a Le Creme Milano fanno assaggiare il gelato con un cucchiaino ai clienti in preda ai dubbi davanti agli oltre quaranta gusti. Oltre ai sapori classici come stracciatella, caffè, pannacotta e pistacchio, e ai gusti di frutta tutti rigorosamente stagionali, vi è spazio anche per qualche sperimentazione con prodotti vegetali autoctoni tipo il tè verde, il litchi e lo yangmei. Un'altra intelligente apertura nei confronti della cultura asiatica è la disponibilità di un servizio a domicilio, una prestazione piuttosto normalizzata in Cina per qualsiasi forma di cibo.

Non mi resta che augurarvi buon appettito, anzi, zhu ni hao wei kou! Ma senza esagerare...
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Le differenze fra lingua giapponese e cinese mandarino

Un paio di anni fa, durante il mio soggiorno di studio matto e felicissimo a Kyoto, approfittai delle vacanze invernali per imbarcarmi su una nave in partenza  da Osaka verso Shanghai.

Fra le molteplici differenze  che subito riscontrai fra Giappone e Cina,  fu   oltremodo  interessante  scoprire come la lingua giapponese, da me allora parzialmente conosciuta, risultò totalmente inutile durante la mia prima trasferta in terra cinese, giacché diversa in ogni aspetto dal mandarino standard.

Certo, il Giappone è pur sempre parte integrante di quel processo di ellenizzazione cinese di cui in tempi remoti hanno goduto l'Estremo Oriente e parte del Sudest asiatico. Se i giapponesi sono rigidi come la pietra, i cinesi invece sono duttili come l'acqua, e a lungo andare è proprio l'acqua che modella la roccia come si può constatare dal massiccio "imbastardimento" dell'apparato etico-religioso nipponico.

Ma stiamo pur sempre parlando di due nazioni che provengono da ceppi etnico-linguistici assolutamente distanti, che hanno poggiato la propria esistenza su territori morfologicamente diversissimi, e che per lunghi periodi si sono isolati dal mondo a causa di un forte complesso di superiorità (molto apparente nel caso giapponese), motivato in entrambi i regni dalla supposta origine divina del proprio imperatore.

Proprio nel linguaggio viene marcata di più l'estrema lontananza fra i due popoli, facilmente distinguibili per la radicali differenze sintattiche, lessicali e fonetiche.

Il distretto del Pudong (Shanghai) visto dal traghetto
 che mi ha portato dal Giappone alla Cina
Addirittura, mentre la costruzione logica della frase cinese è più vicina a quella delle nostre lingue  romanze, la pronuncia giapponese è per magia pressoché identica a quella italiana. Ecco perché fra me e la lingua giapponese fu subito amore a primo ascolto. E sono oltremodo convinto che ciò possa essere sentimento comune fra tutti i miei connazionali, difatti (non so per quale meravigliosa alchimia cosmica) il giapponese e l’italiano godono di un bestiario di suoni più o meno speculare. Noi paisà, famigerati per dare una forte impronta maccheronica a qualsiasi lingua ed incapaci di adattarci a realtà fonetiche estranee, ci troviamo assolutamente avvantaggiati nella pronuncia e nella distinzione delle parole giapponesi. Questa circostanza fortunosa purtroppo non è applicabile a quasi nessun dialetto cinese, né tantomeno al dialetto cinese di Pechino, la koinè del Paese di Mezzo. Qui la nostra idiosincrasia per la giusta intonazione verbale si palesa drammaticamente nella pratica di una lingua tonale in cui un lieve errore di pronuncia stravolge lo spirito di una frase. Purtroppo per apprezzare il cinese mandarino non basta quindi la sua semplice grammatica senza fronzoli e una sintassi rispettosa nei confronti della nostra tanto amata linearità trinitaria soggetto-verbo-complemento. Tale consuetudine sintattica viene invece completamente scombinata nel giapponese, circostanza che però si dimostra ostica solo durante i primi approfondimenti dell'idioma nipponico; vi basti sapere che parlare giapponese è un po’ come giocare a sudoku (tanto per rimanere in tema insomma) e che, nonostante gli inizi sincopati, praticare la sua apparentemente sgangherata combinazione di parole manterrà frizzante la vostra mente.

Su queste basi, se dovessi scegliere una lingua per la semplicità, opterei per il giapponese: pronuncia facilissima, rapida memorizzazione del vocabolario, suoni altamente distinguibili, scrittura sillabica complementare ai caratteri che ne rende più immediata la lettura. Infatti, oltre ai caratteteri d'importazione cinese, nella scrittura giapponese sono presenti pure gli hiragana, un centinaio di segni rappresentanti le sillabe che si aggiungono agli ideogrammi dei verbi e degli aggettivi. Ciò avviene perchè la semplice grammatica cinese non prevede alterazioni morfologiche delle parole, mentre il lessico giapponese (come quello italiano) è molto flessibile e quindi ai monolitici caratteri devono essere aggiunti dei suffissi, che a mio parere favoriscono spesso la comprensione del testo e l'apprendimento.

Comunque, se desiderate entrare in piena comunione col bellissimo apparato culturale di entrambi i paesi, sarebbe meglio per voi andare al nocciolo filosofico dell'Estremo Oriente studiando la lingua cinese che, seppur ostica, è pregna di rimandi alle meraviglie comportamentali dell'Asia tutta. Su queste basi credo che amatorialmente parlando sia più facile essere sinologo e poi yamatologo, che viceversa.
Per di più, come gridava lo stesso Nanni Moretti, "le parole sono importanti", cioè espressione diretta della qualità del pensiero e della vita, e quindi l'apprendimento della lingua cinese non potrà che garantire  una graduale soddisfazione intellettuale, anche perchè studiando l'essenzialità grammaticale del mandarino si interiorizzerà un modo schietto e spontaneo di percepire l'esistenza.


Ichikawa sensei,
il mio insegnante di giapponese
Se invece vogliamo connotare una nazione per il proprio lessico, più che eloquente è il vocabolario nipponico, il quale possiede un buon 10% di termini importati dall'estero e “giapponesizzati” in maniera bizzarra. Decodificare tali forestierismi equivale a decodificare un popolo e la sua realtà complessa, per non dire complessata, la cui sudditanza psicologica si ripercuote nell’assimilazione acritica delle parole straniere: doa (door), beddo (bed), toire (toilet) sono ovvie trasposizioni dall’inglese (ce ne sono a migliaia, provenienti pure da altri idiomi) che stigmatizzano l’incapacità lessicale di conciliare le tradizionali porte scorrevoli o i futon alle nuove comodità occidentali. Vero e proprio caso di blackout culturale si materializza nel “remon ti”, ridicolo adattamento del “lemon tea” di anglosassone memoria nonostante la millenaria tradizione nipponica nel campo dei tè verdi (ocha).

Molto più comprensibile è invece come la lingua giapponese abbia sentito l'esigenza di adottare secoli orsono alcune componenti del lessico cinese per irrobustire il proprio vocabolario tecnico e scientifico, circostanza che ci ricorda da vicino l'utilizzo che fecero del greco antico le lingue europee e che, come già ho sottolineato precedentemente, mi fa di nuovo parlare di ellenizzazione cinese dell'Asia.

Nel libro Fruttopia ho concentrato
il meglio della mia esperienza asiatica.
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Un simile abbraccio incondizionato delle lingue straniere è quasi totalmente assente nella "xenofoba" lingua cinese, dove non c'è spazio per forestierismo alcuno e la traduzione lessicale di strumenti e merce moderna come televisione o cellulare regala perle filosofiche molto esplicative della mentalità pragmatica han. Difatti dal giapponese filo-americano conpyu-ta (computer) e hericoputa (elicottero) si passa con la lingua cinese al ben più schietto e autarchico dian nao (in mandarino significa cervello elettronico) e zhi sheng fei ji (letteralmente macchina volante in salita verticale). Non credo che questo duplice atteggiamento sia mera conseguenza recente della sconfitta bellica giapponese da una parte, e della radicale volontà di emancipazione maoista dall'altra; fenomeni di prestiti lessicali in Giappone sono già successivi alle prime visite dei missionari portoghesi nel XVI secolo  (pan per pane; la frittura di pesce e verdure è chiamata tempura dal latino tempora, ecc..).
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Comunque c'è purtroppo una componente grammaticale condivisa da entrambe le lingue, cioè  gli odiosissimi classificatori, piccole particelle utilizzate per contare le cose a seconda del loro aspetto fisico o della categoria a cui appartengono. Si posizionano fra numero e sostantivo e sono tantissimi, forse più di un centinaio, e ciascuno rappresenta una caratteristica dell'oggetto "classificato" in base alla sua lunghezza, dimensioni, sostanza e chi più ne ha, più ne metta!
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E per ultimo, una frivola curiosità: nonostante quello che si pensi, solo i cinesi non sanno pronunciare correttamente la lettera erre, i giapponesi hanno invece il problema opposto, infatti spesso e volentieri a Kyoto mi sentivo chiamare Rorenzo...

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